Il primo confronto tra Electrolux, Governo e sindacati sul piano industriale per l’Italia si è chiuso con una netta bocciatura e senza alcun passo avanti concreto. Il tavolo convocato il 25 maggio al Ministero delle Imprese e del Made in Italy si è concluso infatti con il rinvio al 15 giugno, data in cui la multinazionale svedese sarà chiamata a presentarsi con una proposta diversa. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha definito il piano “irricevibile” e “inaccettabile”, chiedendo all’azienda di ritirarlo e di aprire un confronto reale su investimenti, prospettive industriali e tutela dell’occupazione. Nel corso dell’incontro, come riporta un comunicato del Mimit, Urso ha richiamato il metodo seguito in passato nelle principali crisi industriali, a partire dal caso Beko, concluso senza licenziamenti collettivi, senza chiusure di stabilimenti e con nuovi investimenti. “Le crisi industriali vanno governate, non subite: anche nelle situazioni più difficili si può arrivare a un accordo che non lasci nessuno indietro”, ha sottolineato il Ministro, evidenziando come, nel corso della legislatura, siano già stati raggiunti 39 accordi e come il numero dei tavoli di crisi attivi al Mimit sia sceso dai 55 ereditati agli attuali 43. Una posizione che ha trovato sponda nelle organizzazioni sindacali, mobilitate nel frattempo con scioperi e presidi davanti al ministero.
Nel corso dell’incontro, Electrolux ha illustrato le linee guida del piano industriale e organizzativo, motivandolo con un contesto europeo giudicato sempre più difficile: domanda stagnante, forte pressione sui prezzi e costi produttivi molto superiori rispetto ad altre aree del mondo. Secondo quanto dichiarato dall’azienda, l’Italia resta comunque un Paese strategico, come dimostrano gli oltre 750 milioni di euro investiti negli ultimi dieci anni in innovazione, automazione e produzione. Tuttavia, il management ha ribadito la necessità di una profonda riorganizzazione per garantire sostenibilità e competitività nel lungo periodo. Tra i fattori critici indicati figurano i costi dell’energia, della manodopera, dell’acciaio e della componentistica, oggi ritenuti non più sostenibili nell’attuale configurazione produttiva.

Il nodo più critico resta quello occupazionale. Secondo quanto emerso al tavolo e riportato da Il Sole 24 Ore, il piano prevede 1.719 esuberi in Italia - di cui 994 operai e 725 impiegati e staff - lasciando attivi quattro stabilimenti: Susegana (Treviso), Porcia (Pordenone), Solaro (Milano) e Forlì, dedicati alla produzione di forni, lavatrici, frigoriferi a incasso e lavastoviglie di fascia medio-alta. Il sito di Cerreto d’Esi (Ancona), specializzato nella produzione di cappe, sarebbe invece destinato alla chiusura. I tagli riguarderebbero 310 lavoratori a Susegana, 256 a Porcia, 241 a Forlì, 106 a Solaro e 81 a Cerreto d’Esi, oltre a centinaia di posizioni nelle funzioni centrali e nella ricerca e sviluppo. A regime, nei siti italiani resterebbero circa 4.500 addetti.
La reazione dei sindacati è stata immediata e compatta. Il segretario generale della Fiom, Michele De Palma, ha dichiarato che “non si negozia con la pistola puntata alla testa”, mentre Fim-Cisl e Uilm hanno chiesto il ritiro totale del piano per avviare una discussione su basi differenti, senza esuberi né chiusure. Sullo sfondo resta anche il timore di possibili evoluzioni nell’assetto societario, alimentato dalla partnership già esistente tra Electrolux e il gruppo cinese Midea sul mercato americano, ipotesi su cui però la multinazionale non ha rilasciato commenti. Il prossimo passaggio del 15 giugno sarà quindi decisivo per capire se l’azienda sarà disposta a modificare il piano o se lo scontro entrerà in una fase ancora più dura.



