Una misura nata per difendere l’industria europea dalla concorrenza extra-UE rischia di produrre l’effetto opposto. È l’allarme lanciato da Assopannelli (l’associazione di FederlegnoArredo che riunisce i produttori di pannelli e semilavorati) e dalla European Panel Federation (EPF) sul Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), il meccanismo europeo che dal 1° gennaio 2026 applicherà un costo alle emissioni di carbonio incorporate in alcune merci importate. Tra queste figura anche l’urea industriale, materia prima essenziale per la produzione di colle e resine impiegate nei pannelli in legno destinati all’edilizia e all’arredo. Secondo le associazioni, l’attuale impostazione della normativa rischia di penalizzare un settore strategico e virtuoso, con ripercussioni lungo l’intera filiera del mobile europeo.
Assopannelli ed EPF chiedono la sospensione dell’applicazione del Cbam sull’urea industriale, evidenziando come l’Europa non sia autosufficiente: oggi la produzione interna copre solo il 20% del fabbisogno industriale, rendendo strutturale il ricorso alle importazioni. Secondo le stime di Assopannelli, l’impatto economico sarebbe significativo: un aumento dei costi di produzione dei pannelli in legno pari al 10-12% nell’arco di quattro anni, con un incremento stimato tra i 40 e i 60 euro a tonnellata di urea, ripetuto annualmente dal 2026.

Un aggravio che si tradurrebbe in una perdita di competitività per i manufatti europei rispetto ai prodotti finiti importati da Paesi extra-UE. “L’applicazione del Cbam all’urea industriale, senza adeguati correttivi, rischia di penalizzare le imprese europee - ha dichiarato Matti Rantanen, direttore di EPF -. Abbiamo chiesto alla Commissione europea di escludere l’urea a uso industriale, ma la proposta è stata respinta. Per questo chiediamo una sospensione dell’applicazione, alla luce degli impatti sul mercato interno e sulle filiere a valle”. Rantanen sottolinea inoltre come la recente sospensione dei dazi sui fertilizzanti non sia sufficiente, poiché gran parte dell’urea importata dall’industria proviene già da Paesi esenti.
Il rischio, evidenziano le associazioni, è un vero paradosso normativo: il Cbam si applica alle materie prime e ai semilavorati, ma non ai prodotti finiti. “Questo potrebbe favorire mobili realizzati fuori dall’UE che, pur contenendo urea, entrano nel mercato europeo senza oneri aggiuntivi -, ha spiegato Paolo Fantoni, presidente di Assopannelli -. È fondamentale che le politiche europee tengano conto delle specificità dell’industria del pannello, che rappresenta l’anello di collegamento tra la filiera del legno e quella dell’arredo”. Un settore che, ricordano Assopannelli ed EPF, è già fortemente orientato alla sostenibilità: oggi oltre il 60% dei pannelli prodotti in Europa utilizza legno riciclato. Un dato che rafforza la richiesta di un ripensamento del Cbam, affinché la transizione ecologica non si trasformi in un freno per una delle filiere più avanzate e responsabili del manifatturiero europeo.



