Fin dal 2018, anno della prima edizione milanese, Alcova si è imposta come la piattaforma indipendente più sperimentale nel mondo del design. I fondatori Valentina Ciuffi, di Studio Vedèt, e Joseph Grima, di Space Caviar, sono sicuramente due voci importanti per capire come stia evolvendo il processo creativo e quali siano le tendenze più avanzate e interessanti nel mondo del design. Un ruolo riconosciuto anche da Heimtextil, la manifestazione dedicata al tessile organizzata dalla fiera di Francoforte, con cui collaborano dall’edizione 2025.
Da otto anni la formula di Alcova mette a confronto designer indipendenti, importanti scuole di design, aziende e istituzioni in un magma creativo sempre molto stimolante. Qual è stato il fenomeno più rilevante che avete visto emergere in questi anni?
Una delle caratteristiche di Alcova è proprio quella di dare atto ogni anno delle diverse direzioni di ricerca del design, difficile fare una sintesi, anche perché cerchiamo sempre di non circoscrivere un’edizione a uno o più filoni tematici. Ci piace piuttosto riuscire a dare atto anche della libertà del design di interpretare il presente in diverse forme e da diversi punti di vista. Sicuramente le tematiche, anche ambientali, legate alla ricerca sui materiali sono una costante sempre più presente.

Pensando soprattutto alle generazioni più giovani, come si sta evolvendo il concetto di casa?
Avere la possibilità di ospitare alcune delle più importanti scuole di design ci offre un bellissimo osservatorio su queste nuove energie: la casa, sia essa fisica o metaforica, è spesso reinventata come un luogo dove poter sperimentare nuove forme di identità e di relazione, non uno spazio chiuso, una dimensione intima ma aperta a confrontarsi con l’altro. Questo si riflette molto anche negli oggetti creati dai talenti emergenti che selezioniamo per il nostro Alcova Shop.
In particolare, come è cambiata la cucina e quali sono le tendenze più interessanti che segnalate per questo ambiente molto amato ma anche molto vincolato da tecnologia, funzionalità e modularità?
La cucina, come ambiente, è cambiata profondamente, è cambiato il modo stesso di vivere e intendere il cucinare. Non è più solo uno spazio funzionale, ma un luogo ibrido dove si intrecciano convivialità, lavoro, sperimentazione e identità personale. Questo cambiamento è legato in parte anche all’evoluzione della cucina in senso culturale. Tra le tendenze più interessanti emerge proprio questa tensione tra innovazione e identità: da un lato cucine sempre più tecnologiche e performanti; dall’altro una ricerca di autenticità e unicità. In tal senso anche l’atto del cucinare diventa uno spazio di dialogo tra culture, dove le tradizioni non vengono seguite in modo pedissequo. Se parliamo di ristorazione, Yapa, che anche quest'anno è stato nostro partner per Vocla, e Vasiliki Kouzina sono due esempi milanesi dove il cibo si trasforma in un linguaggio aperto e dinamico.

Quali sono gli ambiti in cui la ricerca si è più concentrata ed espressa? (materiali, tecnologia, sostenibilità, artigianalità, contaminazione…)
Come dicevamo i materiali sono al centro di ricerche sempre più avanzate e centrali: da una parte c’è un ritorno al craft, a un recupero del contatto con la materia che appartiene alle tradizioni dei moltissimi Paesi da cui provengono i nostri espositori, dall’altro la tecnologia è un potente alleato per affrontare questioni legate all’ambiente, con processi di riciclo e riuso che risultano poi avere anche un grande impatto estetico. L’aspetto più interessante sono forse i processi che ci stanno dietro, la stratificazione di storie che portano un designer a fare proprio un materiale, a indagarne l'essenza e le potenzialità meno scontate.

A proposito di “craft”, come si traduce oggi il concetto di artigianalità e come può convivere con le esigenze della produzione industriale da una parte e con l’AI dall’altra?
Oggi l’artigianalità non è più una categoria da preservare sotto vetro, né un rifugio nostalgico da opporre alla tecnologia. È, piuttosto, un’attitudine, un approccio. “Craft is a verb” suggerisce proprio questo slittamento: da sostantivo a gesto, dall’oggetto al processo. L’artigianato non come risultato, ma come modo di stare al mondo, attento, situato, intenzionale. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale accelera ogni fase della produzione, levigando immagini, superfici e decisioni, il craft introduce attrito. Reintroduce tempo, errore, resistenza. Non per negare l’efficienza, ma per contaminarla. Per ricordarci che progettare non significa solo ottimizzare, ma scegliere, interpretare, assumersi una responsabilità. È in questa tensione che prende forma una nuova figura, quella del tecno-artigiano. Non più diviso tra mano e macchina, ma immerso in entrambe. Qualcuno che usa l’algoritmo senza rinunciare all’intuizione, che accetta l’ibridazione come condizione, e che riconosce nel fare, ancora, ostinatamente, uno spazio di senso.
Quanto è importante il confronto con la tradizione per spingere la leva della sperimentazione?
Alcova per sua natura sceglie sempre un confronto con la storia dei luoghi e le loro stratificazioni: con le nostre sedi abbiamo attraversato epoche diverse, ma abbiamo sempre notato come questo confronto offra un forte stimolo ai nostri espositori, capace di accendere nuove idee, spesso con progetto site-specific. Nel caso di Villa Pestarini ovviamente si aggiunge anche l’eredità ancora viva di una figura chiave del Razionalismo italiano come Franco Albini. Il progetto di Patricia Urquiola per Haworth e Cassina ospitato nella Villa è la perfetta sintesi di questo legame tra passato e contemporaneità.

Dal 2023 organizzate anche l’edizione di Alcova Miami in occasione della Miami Art Week. Quali sono le differenze più significative tra i due eventi e quali quelle più evidenti tra le due culture?
Milano e Miami sono due città completamente diverse. La settimana milanese è un punto di riferimento per il design di tutto il mondo, mentre quella di Miami è una Art Week che negli anni ha saputo consolidare una forte presenza del design, ma su una scala completamente diversa. Pur consapevoli delle diverse caratteristiche dei due contesti, la nostra sfida è stata quella di rimanere fedeli al nostro approccio e alla nostra identità.
La MDW è ancora il punto di riferimento più importante per il settore?
Anche di fronte agli scenari complessi che attraversano il mondo, crediamo molto in Milano e, per quanto Alcova sia una piattaforma itinerante, la città, che ha reso possibile il successo del nostro progetto, rimarrà sempre il nostro punto fermo.



